I battisti

Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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I ministeri

Il pastorato

a cura di Giuseppe Morlacchetti, pastore emerito

Il Pastore o la Pastora nel Protestantesimo è una persona che essendo riconosciuta spiritualmente e teologicamente qualificata, riceve il compito della predicazione, dell'insegnamento biblico, della cura pastorale dei membri di chiesa. Ha anche il compito di stimolare le varie attività della comunità. Il Pastore/a non è in nessun modo il "capo", il capo è Gesù Cristo che non ha vicari terreni. Il governo della chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, è affidato a organismi assembleari.

Raccogliendo l'affermazione neotestamentaria, sottolineata dalla Riforma Protestante, in merito al "sacerdozio universale di tutti i credenti", il pastore/a, al pari di tutti gli altri membri di chiesa, è un "sacerdote". Per questo motivo, nelle chiese protestanti non può sussistere la divisione tra laici e sacerdoti. Su questo stesso principio si comprende che non può esserci alcuna distinzione nel ministerio pastorale tra uomo e donna. Nell'ambito dell'organizzazione del lavoro i Pastori/e godono di fatto di una larga autonomia, tuttavia, essi rispondono del loro operatoalla locale chiesa, dove esercitano il ministerio.

La preparazione al ministerio avviene con lo studio, a livello universitario, in una Facoltà di Teologia (quattro anni) e con un ulteriore anno di specializzazione in un Paese estero. C'è da sottolineare che il riconoscimento del dono al ministerio pastorale di una persona è prerogativa della comunità dei credenti e non della Facoltà Teologica frequentata. Le chiese della Riforma non riconoscono alcuna superiorità del celibato sul matrimonio, perciò tutti i Ministri sono liberi dal fare la scelta di vita che reputano più congeniale.

La diaconia nell'UCEBI

a cura di Pietro Romeo

Parlando di diaconia, all’interno dell’Unione, penso sia necessario fare alcuni distinguo. Infatti, non avendo i battisti italiani una forte tradizione di diaconia cosiddetta «pesante» (tranne rari casi, come la casa di riposo di Villagrazialma o l’Istituto Taylor), quella diaconia, cioè, che vede impegnate le chiese in opere di assistenza sanitaria pubblica o altro, (tradizione molto più familiare, ad esempio, alla Chiesa Valdese), la diaconia nelle nostre chiese assume una connotazione leggermente diversa e, a mio avviso, più vicina al significato originale. I diaconi sono, quindi, quei credenti, membri di chiesa, che operano al servizio della comunità stessa o nella società per conto della chiesa.

In questo senso, l’Intesa che l’Unione ha firmato nel 1995 con lo Stato italiano rappresenta un passo significativo nel riconoscimento e rispetto dell’identità battista, nella tradizione di indipendenza dallo Stato che, da sempre, caratterizza i battisti italiani. Nell’Intesa, infatti, sono riconosciuti da tutti gli enti statali, quelle figure (i diaconi) che operano nella chiesa e per la chiesa, portando assistenza spirituale e conforto negli ospedali, nelle carceri, nelle caserme, nelle case di riposo. L’Unione, a sua volta, lascia tale riconoscimento alla libertà responsabile della chiesa locale, rispettando il carattere congregazionalista che contraddistingue le chiese battiste. Inoltre sono previsti diaconi con piene facoltà legali nella celebrazione di matrimoni validi a effetti civili. Tali diaconi non devono essere necessariamente pastori o teologi: basta il riconoscimento della chiesa locale.

Tutto ciò rappresenta un patrimonio di doni immenso per la chiesa, che vede, quindi, riconosciuti i suoi membri non solo nel ristretto ambito della comunità locale, ma nella società, senza sostituire il ruolo dello Stato, laddove i credenti sono chiamati a vivere e dove uno spirito di vero apostolato ci porta ad operare.

La formazione dei ministri

Nell’ambiente battista è forte la convinzione che Dio, nella sua sovranità assoluta, pur potendo agire sulla Chiesa anche senza la collaborazione di creature umane, di fatto, si serve di “ministri”, di uomini e donne a cui affida un compito specifico. I “ministri” non appartengono a una casta privilegiata, sono semplici strumenti nelle mani di Dio in vista della crescita spirituale e materiale della comunità dei credenti e dell’Unione Battista di cui le chiese locali fanno parte. Il “ministro” è un servo, una serva nelle mani di Dio. Non dispone a suo piacimento della grazia di Dio, né vive la sua funzione come un privilegio particolare. E’ molto chiaro, nella Confessione Battista (come in tutto il Protestantesimo) che anche se Dio si serve d’individui, di fatto è Lui che opera e a Lui solo va onore. Data questa caratteristica, nessuno può arrogarsi il diritto di autodefinirsi “ministro”. E’ la chiesa locale (o l’assemblea generale dell’UCEBI qualora al “ministro” si affidano incarichi extraecclesiastici) che conferisce “con timore e tremore” questa responsabilità a mezzo elezione e, in alcune occasioni, con l’imposizione delle mani.

Una volta che una chiesa locale (o l’assemblea generale dell’UCEBI) individua ed elegge un “ministro”, lo mette in condizione di curarne la “professionalità” e la “spiritualità”. Un “ministro” non è lasciato solo. Generalmente è circondato e sostenuto dalla preghiera e dal conforto della chiesa che ha individuato in lui/lei i doni dello Spirito Santo e l’ha investito dell’incarico. Non è considerato/a un/a autodidatta, perché è Dio che sceglie e assiste, ma è la chiesa che individua, prepara e conforta. In base al tipo di ministero che l’individuo è chiamato a svolgere, v’è la Facoltà di Teologia per la preparazione specifica dei pastori/delle pastore, il Centro Diaconale per la preparazione specifica dei/delle diaconi/e e, a livello internazionale, nazionale, regionale e locale, si organizzano corsi, seminari, cicli di conferenze e altre attività che permettono di curare lo spirito, aggiornarsi e rinnovare il senso della vocazione.

I “ministri” non hanno una gerarchia di valori. Tutti sono importanti, perché a tutti Dio affida un compito specifico che va rispettato e tenuto in grande stima e considerazione. Generalmente il “ministro” è funzionale alla chiesa locale, che a sua volta è “ministro” della società. Vi sono anche “ministri” a cui il Signore affida il dono specifico della missione. Dopo previo addestramento presso scuole preposte allo scopo, tali “ministri” sono mandati missionari nei Paesi in cui v’è maggior bisogno di aiuto materiale e spirituale. In questi ultimi anni le chiese battiste e l’Unione di cui ne fanno parte si sono arricchiti di una varietà di “ministri” e di ministeri assolutamente impensabili fino a qualche anno fa. Si pensi al ministro della musica, al mediatore culturale, al/lla visitatore/trice nelle carceri o nelle caserme. Una varietà di ministri e di ministeri dei/lle quali lo Stato italiano prende atto, permettendo a ciascuno, salvo rarissime eccezioni, di svolgere la funzione specifica per la quale la chiesa/l’Unione l’ha investito.


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