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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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"Egli... svuotó se stesso, prendendo la forma di servo"

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Pubblichiamo il testo del sermone pronunciato dal past. Raffaele Volpe su testo di Filippesi cap. 2, versetto 7 in occasione del Convegno "Memoria e missione", svoltosi a Chianciano dal 25 al 27 novembre scorsi.

ROMA, 29 novembre 2011 -
Giuseppina Trinchero.  1886.  Membro della chiesa battista in via Cernaia, Torino.  Giuseppina ha 34 anni.  È madre di tre figli.  Giuseppina è gravemente ammalata.  La chiesa si raccoglie attorno a lei.  Ma ecco il resoconto di Giuseppe Amborno sul Testimonio: “Nel forte della sua malattia e dei suoi dolori, ella domandava sempre che facessimo delle preghiere al Salvatore Gesù Cristo. Morì serena quale vera figliuola di Dio”.
Pier Enrico Jahier.  1887. Pastore della chiesa battista di Firenze. Fa un resoconto del suo lavoro sul Testimonio: “Settignano. Sono stati distribuiti dei trattati… Peretola. In una casa ho avuto una raunanza… Quaracchi. Conversato sulla religione con una dozzina di donne… S. Quirico. Ho distribuito de’Fatti degli Apostoli.  Viottolone Castel Pucci. V’ha una sposa con numerosa famiglia … la quale ama udir l’Evangelo.  La Lastra a Signa e Signa…”, la lista continua ancora per un’intera colonna. Le ultime parole del suo articolo: “Altri luoghi ho visitati, ed altri ne restan da visitare… della gioia e contentezza che provo talvolta tornando a casa magari dopo le 11 di sera –ringrazio il Signore- … e prego il Signore Gesù che glorifichi il suo Nome e salvi le anime, Egli ch’è venuto, non pei giusti, ma pei peccatori”.

Barletta. 1889.  Dal resoconto del Testimonio: “Questa Chiesa, che ha subito la gran prova del 19 marzo 1866 e che ha avuta i  suoi martiri, rimane ferma come roccia in mezzo ai flutti del mare.  La popolazione è sempre ostile al Vangelo e qualche volta lo sono pure le Autorità.  Quei fratelli, essendo quasi tutti poveri operai, sentono il peso della miseria che affligge attualmente quelle provincie, ma la loro fede è incrollabile”.
Giuseppina Trinchero, Pier Enrico Jahier, i fratelli poveri operai di Barletta.  La vera figliuola di Dio.  Il gioioso e contento evangelista.  La roccia che resta ferma in mezzo ai flutti del mare.  Questa è la mia memoria.  Questa è la nostra memoria.  Oggi noi siamo qui grazie a queste fedeli e ai questi fedeli servitori e servitrici di Cristo.
Servi. Sì.  E non voglio usare la parola: liberi.  Né la parola: giustificati.  Né la parola: signori.  Ma servi.  La serva Giuseppina Trinchero, fino alla morte.  Il servo Pier Enrico Jahier, pastore che non si risparmia.  I servi fratelli poveri operai di Barletta che resistono.  Discepoli e discepole del loro Maestro, servo!  Del loro Signore, servo!  Del loro Salvatore, servo!  Sì, servi.  Questa è la nostra memoria.  E saremmo dei poveri smemorati se dimenticassimo che la nostra origine non è nobiliare.  Che noi non discendiamo da nobili casati, ma da servi e serve.  E che la nostra missione, il nostro futuro si decideranno sull’intensità che sapremo dare a questa nostra origine: servi del Servo. “ll Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire”, così dice l’evangelista Matteo.  
Non sono in primo luogo le macrostorie, spesso celebrative, che fanno la storia vera, ma le tanto sconosciute, invisibili ma efficaci microstorie, scritte quotidianamente con l’inchiostro della carne di donne e di uomini che sono stati servi e serve fedeli, fino alla morte.
Il Cristo svuotò se stesso e prese forma di servo.  Ecco la formula che si applica ai discepoli e alle discepole di Cristo: svuotono se stessi e prendono forma di servi.  Imitano il loro Maestro servo e si fanno servi.
Non sarebbe Wagner il compositore adatto a scrivere la nostra storia, niente di pomposo e colossale, ma Debussy, che costruirebbe le sue melodie di piccole immagini legate insieme con un fragile legame.
E con tutto ciò la parola “servo” è un termine carico di autorità.  Lo sa bene l’apostolo Paolo che quando lo usa nei confronti dei Galati sta esprimendo tutto il suo potere: “Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo”.
C’è una interpretazione della tradizione di questo terzetto: svuotò se stesso, prese forma, servo che è riassunta magistralmente da Calvino che descrive la  humìlitas càrnis che copre la divìna màiestas.  Il divino viene in incognito nascondendosi nella forma umana di servo.  Il Deus abscònditus.  Ma io credo che questa classica interpretazione non ascolti fino in fondo il suono di queste parole: svuotò se stesso, prese forma, servo.  Non dice: nascose se stesso, ma svuotò se stesso.  E nello stesso tempo non dice che restò vuoto, ma che nell’atto si svuotarsi prese forma. Si riempì.  Ma non si riempì di se stesso replicandosi, ma dell’altro perché divenne servo.
Provo a ripercorrere nuovamente questo triplice tragitto: svuotò se stesso, prese forma, servo.
L'atto di svuotare se stessi non é uno smarrirsi, perdere forma, ma acquisirla, prenderla. L'atto di svuotamento diventa un atto di formazione.  L'abbandono di sè comporta un ritrovarsi in un’altra forma.  Si passa da un essere uguale a Dio, prima dello svuotamento, ad un essere uguale all’ altro, dopo lo svuotamento.  Lo svuotare se stessi introduce nel cuore di se stessi una radicale alterità.  Viene piantato nel cuore dell'anima lo straniero: qui si delinea il concetto di servo!
E questo passaggio dall'essere uguale all'essere diverso, dà forma.  Affiora la forma dal vuoto di sé, come un granel di senape, che se non muore non può risorgere. Si  giunge all'essere servo passando attraverso la morte e attraverso la rinascita e quindi l'essere servo non é una condizione morale, ma ontologica.    
Si é servi, non ci si fa servi.  É questa la differenza tra l'essere fatto servo quindi umiliato e l'essere servi come emergere della forma nell'atto di svuotarsi; il servo é colui che é nato di nuovo, o potremmo dire: che è nato dall'alto.  Essere servi è venire al mondo. Non c’è un’alternativa per un cristiano, non c’è un modo di bypassare questa condizione essenziale.  Non si è limitatamente servi nell’ambito dell’etica.
Il Cristo prima dell'essere servo era abitato dall’inquietudine della grazia che ha bisogno dell’altro per giungere alla sua pienezza.  Vi era un irenico silenzio in quell'essere uguale a Dio. Ma il figlio é impaziente e chiede al padre (ma potrei anche dire madre) di essere autorizzato a svuotarsi, chiede di uscire fuori, farsi figliuol prodigo. Di allontanarsi dalla casa del padre, per prendere forma: “Lasciami andare”, chiede al padre, ma non può lasciare la casa del padre e restare se stesso.  Non si può stare con due piedi in una sola scarpa.  L'uscita dalla casa del padre può soltanto essere un andare verso l'altro.  E qui l'altro é altro!
E il padre non lo volle trattenere perché l'amore  si nutre di distanze, separazioni. C'é una differenza tra l'attrazione e l'amore: siamo attratti da ciò che ci dà pienezza, amiamo ciò che possiamo perdere. L'amore non colma, l'attrazione sí. L'amore chiama alla missione di svuotare se stessi, l'attrazione si nutre dell'altro. L'amore giunge alla sua completezza nel farsi serva, l'attrazione, invece, nel rendere l'altro servo.  Molti cristiani non sono innamorati, sono semplicemente attratti, non amano nascere di nuovo, si aggrappano all'uomo vecchio. Amano restare invisibilmente se stessi che esporsi all'esodo verso una forma. Vogliono essere serviti, invece che servire.
Il cristiano non diventa servo, come se si trattasse di una scelta etica, ma é servo, nel senso che non é dato altro modo di essere cristiano se non nella categoria di servo.  É una condizione ontologica!
Il servo, se vogliamo dare per buona la etimologia latina sero , indica l'annodare, il connettere. Qui emerge una delle caratteristiche della grande ambivalenza della fede: l'essere legati come condizione ontologica della creatura umana é la sua vera libertà, mentre l'essere slegata é la sua vera schiavitù.  La creatura trova la sua condizione propria nell’essere annodata a Dio!
L'essere umano é l'essere legato a Dio e in quanto tale libero.  Ma si deve aggiungere un terzo elemento: per essere legati a Dio bisogna slegarsi da lui per andare verso un altro: qui il movimento di Cristo, lo slegarsi da Dio per andare verso l'altro, diventa il vero legarsi a Dio attraverso l'altro. La religione, ancora una volta nel senso di legame, ha spesso contrapposto il legame io-dio al legame io-altro.  Spesso si é scelto Dio contro l'altro, eppure Gesù compie una rivoluzione nell'ambito della religione: congiunge l'amore per Dio con l'amore per il prossimo, almeno nella versione lucana, in tal modo supera una separazione tra un ambito teologico e un altro etico, come se l'altro appartenesse all’etica. Il Cristianesimo è Umanesimo!
In tal caso l'altro dona il legame a Dio, l'altro non diventa l'oggetto di una attenzione altruistica, ma il restituente del legame con Dio.  Cristo si riprende il suo legame con il padre proprio attraverso la separazione dal padre e nel prendere forma dell’altro nel suo svuotamento.
Che  cosa vuol dire tutto questo? Prima di tutto che la nostra storia è scritta da servi.  Chi vuole essere primo tra noi, si faccia servo di tutti.  Giuseppina, Pier Enrico, gli operai di Barletta sono la nostra storia.  E lo sono in quanto sono stati servi del Servo.  Una condizione di dignità, di autorità.  Anche di più: una nuova nascita.  Un morire: svuotarsi, ed un prendere forma: rinascere.  E la forma che si prende ha già incorporato l’altro: servo è legame.  Noi non dobbiamo essere missionari, non dobbiamo evangelizzare, non dobbiamo neppure scrivere libri sulla nostra storia, noi non possiamo essere prigionieri del verbo “dobbiamo”.  Noi possiamo lasciar essere quel che siamo, autorizzarci ad essere noi stessi fino in fondo, nella grande gioia di svelarci e nella grande responsabilità di portare con dignità questa condizione.  Siamo servi e serve del Servo.  Lasciamo che questo sia, ciascuno e ciascuna nell’intimo tragitto dello svuotare se stesso, del prendere forma e dell’essere servo.  Autorizzamoci l’essere cristiani, il resto verrà da se.  Che il Signore ci benedica e ci guardi.  Amen


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