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Campo VariEtà 2011- L’alternativa possibile

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ROMA, 3 ottobre 2011 - Il tema del VI Campo intergenerazionale di quest’anno è stato «La forza creativa dell’amore che ci trasforma e ci sfida a trasformare il mondo».
Già dal titolo si può facilmente intuire che l’intenzione di questo campo era quella di lavorare su noi stessi, come credenti, cercando di capire come l’amore di Cristo ci ha trasformati, e soprattutto se questa trasformazione ci ha resi capaci di incidere positivamente nella società in cui viviamo.

In questa edizione del Campo VariEtà, gli organizzatori sentivano l’esigenza di riflettere, a più livelli, sul modo in cui i cristiani vivono la propria fede oggi, a partire da alcune considerazioni del sociologo Shane Claiborne, il quale ha affermato che «oggi la più grande causa di ateismo sono spesso i cristiani stessi che confessano Gesù con le loro labbra ma lo negano nei fatti».

Partendo da questa forte critica sul «cristiano nominale» si voleva capire quale prassi occorre mettere in campo per attuare quella «rivoluzione gentile», come la chiama lo stesso Claiborne, che può dare nuova credibilità al cristianesimo.
Appare naturale che in un simile percorso, il tutto doveva  avere inizio da noi stessi; così il primo giorno è stato dedicano all’analisi del nostro modo di vivere la fede, sul come ci vediamo, sul come ci vedono gli altri e su come ci vede Dio, mentre il secondo giorno, attraverso un gioco di ruolo, le attività si sono concentrate sulle relazioni che intratteniamo e su quelle da costruire per dimostrare l’appartenenza a Cristo.
Purtroppo dobbiamo ammettere che le nostre relazioni non testimoniano appieno la fede e l’amore che abbiamo ricevuto da Gesù, perché fortemente condizionate dalla paura di esporsi, di soffrire o dalla paura di essere giudicati ed esclusi, oppure per pigrizia o per semplice indisponibilità a manifestare i propri sentimenti.

La trasformazione che l’evangelo ha operato nel credente, molte volte rimane soffocata sotto il peso delle proprie paure, e questo fa sì che molte possibilità di condivisione di questo meraviglioso dono rimangano inespresse, molte opportunità di testimoniare l’amore di Dio, vadano perse. Abbiamo constatato che non è facile aprirsi completamente agli altri, non si è pronti a condividere pienamente quello che possediamo, non si è disposti a lasciarsi trasformare anche quando le trasformazioni sono ispirate da criteri d’amore, di giustizia ed equità, anche quando si è motivati da buone intenzioni.
È stato ribadito che le prime trasformazioni da attuare riguardano le relazioni che intessiamo con chi ci è vicino o con chi entra in contatto con noi. Se è vero che le esperienze relazionali rivestono una importanza fondamentale nella vita delle persone, allora è lì che vanno costruiti processi di trasformazione virtuosi che possano produrre comunione e condivisione tra le persone.
Anche i lavori dei giorni a seguire hanno riguardato le trasformazioni, soprattutto quelle che avvengono nelle nostre chiese e nel nostro paese; mentre l’ultimo giorno è stato dedicato alle trasformazioni ambientali che stanno distruggendo il nostro pianeta.
Quasi tutte le attività hanno avuto due momenti distintivi: il primo di analisi, in cui si è dato atto del modo in cui avvengono e si vivono le trasformazioni, ed un secondo in cui si è cercato di capire in che modo il credente deve proporsi quale portatore di trasformazioni positive per l’ambiente e per le persone.


Abbiamo dovuto prendere atto che non è tutto così facile e scontato quando si deve correggere un atteggiamento che produce conseguenze dannose. Attivare  processi virtuosi che possano far avvenire cambiamenti positivi non è cosa semplice. Però, nonostante le numerose difficoltà riscontrate, l’invito rivolto a tutti è stato quello di accettare la sfida che ci viene dall’evangelo, proseguendo per la strada tracciata dal Cristo, perché è l’unica che può dare autentica speranza ad un mondo che soffre ed è in travaglio.
L’essere evangelici equivale a praticare giorno per giorno uno sforzo in più teso a migliorare continuamente il proprio modo di rapportarsi con le persone che si incontrano nei vari contesti della vita sociale.
Questo sforzo altro non è che quella «rivoluzione gentile» sollecitata dal sociologo Claiborne, necessaria a mutare le sorti del cristiano di oggi e della società che si costruisce intorno ed esso.
Le relazioni, che il credente responsabile intesse, di qualsiasi tipo esse siano, possono essere «buone, positive, virtuose» nella misura in cui esprimono i sentimenti del Signore Gesù e ne imitano gli esempi.
Nel corso delle attività del campo intergenerazionale, è stato ricordato più volte che non basta un «segno distintivo» come una croce, un pesce, o una spilla portata sulla giacca, a renderci cristiani; l’unico segno distintivo che caratterizza il cristiano è l'amore di Gesù (Giovanni 13, 34-35).
Il cristiano, quello autentico, è una persona che ama, che dà se stesso per gli altri, imitando il Signore Gesù, nel Suo spirito, in completa dedizione alla Suo mandato.


Questo era ed è il messaggio del Cristianesimo. Oggi si tratta di riscoprirlo, applicarlo e valorizzarlo; si tratta di creare le migliori condizioni per  la formazione di una vita cristiana che non sia sganciata dalla  quotidianità; occorre costruire la giusta interconnessione tra i principi dell’insegnamento evangelico e le decisioni etiche, tra la conoscenza della parola di Dio e le scelte e i comportamenti più giusti ed equi da assumere.
Questa è la rivoluzione gentile che attende di essere praticata non solo dal credente in Cristo.


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