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Unione Cristiana Evangelica Battista d‘Italia

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Il camper dall’amicizia con il popolo Rom e Sinti – Tappa di Napoli

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La parola a un testimone

NAPOLI, 23 giugno 2010 - Dopo la visita al campo di Salone a Roma comincia il mio viaggio assieme alla delegazione del Camper dell’amicizia. Durante il tragitto tutti i viaggiatori ricordano i volti delle persone incontrate il giorno precedente; alcuni , toccati dalle storie ascoltate e dalle condizioni di vita viste nel campo, hanno il pensiero fisso su questi visi e si sono ripromessi di rivedere e aiutare, secondo le proprie possibilità, quelle persone con cui c’è stato un contatto più forte. Comprendo bene la voglia di liberarsi dal senso di impotenza che pervade l’animo ogni qual volta che le ingiustizie del mondo sembrano essere incontrastabili.

Arrivati a Napoli veniamo accolti dalla chiesa battista di Arzano e da fratelli e sorelle di altre comunità napoletane, con cui condividiamo le esperienze dei giorni scorsi e capisco dagli sguardi delle persone, dalla loro voglia di sapere, quanto questo momento sia importante. Dopo alcuni momenti di convivialità ci dirigiamo al campo Rom di Scampia, un campo abusivo (non un “villaggio attrezzato” come quello visto a Roma) costruito sotto il ponte di un collegamento autostradale. L’immondizia circonda completamente il campo. Ci dicono che ogni giorno decine di macchine vengono qui appositamente a scaricare i “rifiuti speciali”, come carcasse di auto cui danno fuoco, pneumatici e ogni sorta di materiali.  Il campo al suo interno è organizzato in piccoli appezzamenti recintati alla meglio; mi colpisce come – appena scesi dal camper – alcune donne si avvicinano a noi perché desiderose di mostrarci le loro abitazioni. Dopodiché facciamo la conoscenza con Nino Smajovic, il portavoce del campo nonché membro dell’associazione Asunen Romalen (“Sentiteci, gente!”) e della Fondazione Romanì, due realtà che già da anni si propongono di far sentire la voce del popolo Rom, di farla uscire dai ghetti in cui è normalmente reclusa, per entrare in contatto con la popolazione italiana e farla arrivare, infine, all’attenzione delle istituzioni. Nino è desideroso di raccontarci la storia del suo popolo e del campo, è orgoglioso di dirci che sono riusciti a far arrivare l’elettricità e l’acqua in alcune baracche e che hanno realizzato un bar che funge da punto di ritrovo per tutta la comunità. L’ospitalità a noi riservata sembra quasi stonare con le condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere. Ricordo che in quel momento ho pensato che molte volte ho associato il decoro e la dignità con una certa idea di “ricchezza”. Ammetto di aver pensato, prima di varcare l’ingresso del campo, che quello non fosse un posto umano. Eppure l’accoglienza che ci è stata riservata, ma anche gli evidenti sforzi per rendere comunque quel posto “casa” mi hanno fatto capire che era proprio questo calore a rendere di nuovo “umano” quel luogo, un luogo che esprime la volontà di respingere una popolazione intera fuori dai margini della cosiddetta società “civile”. I Rom, si vorrebbe non vederli, si vorrebbe che non esistessero, per questo vengono spostati sempre “un po’ più in là”, per questo li si relega in luoghi lontani dalla vista.

Continuiamo il giro con Nino, che ci mostra la scuola dove i volontari dell’associazione “Chi Rom e… chi no” si recano per far fare il doposcuola ai bambini ed altre attività di animazione. Loro operano sia dentro che anche fuori del campo perché il loro proposito è far incontrare e interagire le persone del quartiere.  Fra i disegni dei bambini attaccati ai muri mi colpisce la scritta “Forza Napoli!”, in altri sono ritratti dei Carabinieri intenti ad esercitare le loro mansioni (in uno assistono un malato), e poi c’è la scuola che nel disegno è un edificio “normale”, a cui tutti noi siamo abituati, con gli insegnanti, i bidelli, ma anche banchi, cattedre e libri.

Nino continua a parlarci, ci racconta di come – nonostante le incomprensioni – si senta vicino agli altri italiani che abitano nella sua città e di come essi condividano molte situazione di disagio sociale; sia i Rom che i napoletani “poveri”, gli abitanti di Scampia, condividono la condizione di marginalizzazione.

“Cosa possiamo fare?”. Questa è la domanda che si affaccia nelle menti dei presenti. Noi tutti non siamo che gocce in un immenso oceano, da soli non possiamo far leva direttamente sulle istituzioni, ma le parole di Anna in un bel momento di riflessione mi dicono che occasioni come questa servono innanzitutto per aprire uno spiraglio, per favorire connessioni, per affacciarsi su mondi dimenticati e scardinare le logiche a cui siamo abituati dai nostri pregiudizi, rafforzati, tra l’altro, dalla visione offertaci dai mezzi di comunicazione di massa. Ciò che possiamo fare è, attraverso il contatto con l’“altro”, innanzitutto lavorare su noi stessi per poter reagire alla cultura dell’indifferenza, per valorizzare i progetti già esistenti e affiancarci ad essi. Uniti.

Ormai è tardi, tutti noi ci apprestiamo a partire, poiché il viaggio verso Bari è lungo, ma tutti noi compagni di viaggio nel Camper dedichiamo ancora alcuni momenti al senso della nostra visita al campo Rom di Scampia. La nostra visione è ora più ampia. E questa è già un’enorme vittoria…

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Si ringrazia Dora Zecchetella per le immagini


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